Oppio Papavero sonnifero

foto Oppio Papavero sonnifero

Papaver somniferum è una pianta del genere , Papaveracee originaria della Regione Mediterranea, coltivata ormai in quasi tutto il mondo per i frutti, il seme, l'oppio. La varietà a fiori e semi bianchi, o papavero bianco (Papaver somniferum var. album Mill.) da la maggior parte dell'oppio e dei frutti del commercio; la varietà a semi scuri, o papavero nero (Papaver somniferum var. glabrum Boiss., Papaver nigrum DC.) si coltiva per i semi e, specialmente nelle razze a fiore doppio, come pianta ornamentale; la var. setigerum, dalla quale forse sono derivate le altre, si trova spontanea anche in Italia, nei campi presso il Tirreno. Il papavero bianco non si trova allo stato libero.

II papavero sonnifero o papavero bianco è un'erba annua, alta fino a un metro e più, a fusto semplice o quasi, con poche grandi foglie amplessicauli, oblunghe, glauche, a margine con incisioni più o meno profonde che lo dividono in lobi irregolari, dentati, ondulati. I fiori sono terminali, grandi (fino a 15 cm di diametro) a peduncolo curvo prima dell'antesi. I sepali cadono alla schiusura dei petali, che sono bianchi, con una macchia violacea alla base. Gli stami sono numerosissimi, i carpelli sono in media una quindicina (12 a 18) riconoscibili dal numero dei lobi dello stimma che è sessile, largo (a disco). Tutta la pianta è glabra o quasi : qualche rara e grossa setola si può vedere sui peduncoli.

Il papavero nero è generalmente più piccolo (50-80 cm.), più ramificato quindi con un numero maggiore di fiori, spesso rosei o violacei e più o meno doppi. Le capsule sono quasi sferiche (2-3 cm. di diametro) e a maturità si aprono per numerosi fori (uno per ogni carpello) subito al di sotto dello stimma, e lasciano uscire i semi simili a quelli del papavero bianco, ma di color bruno.

La var. setigerum ha le foglie più divise, pelose : tutti i denti terminano in una setola. Le cassule si aprono spontaneamente.
Curiosità:
Secondo l'Onu la produzione di oppio in Afganistan è addirittura destinata a migliorare “significativamente” nel 2007 in quasi tutte le province, a cominciare dall’Helmand, teatro delle azioni più spettacolari dei talebani contro l’Isaf-Nato, ma anche storico granaio dell’oppio afgano che, con i suoi 70.000 ettari coltivati a papaveri, rappresenta lo spazio più continuo dei 164.700 ettari di territorio destinati alla narcocultura. Il 100% dei villaggi dell’Helmand sarebbe occupato nella produzione di oppiacei, una percentuale che si riduce di qualche punto (93%) nella confinante regione di Kandahar, l’altro santuario dell’Islam talebano. Il fatto è che l’oppio rende molto e non comporta alti costi di produzione: secondo l’Onu sostiene un terzo dell’economia dell’Afghanistan “liberato”.
Anche la lavorazione, un tempo appannaggio delle aree tribali oltre la frontiera pachistana, si è spostata all’interno del paese. La trasformazione è il grande valore aggiunto del business: ogni 10 chili di oppio (costo 200 dollari) danno un chilo di eroina che sul mercato occidentale rendono una cifra tra i 100 e i 150.000 euro. Nel frattempo il ciclo dell’oppio ha creato ricchezza per tutti: dal contadino al “signore della terra” che in Afghanistan lo è spesso anche della guerra. Il paradosso è che, finora, solo la fatwa lanciata dal mullah Omar contro la produzione di oppio è riuscita a provocare (complice la siccità) un crollo verticale della produzione, dalle 3.300 tonnellate del 2000 alle 185 dell’anno successivo. Più disinvolti i neo-talebani che riscuotono laute tangenti per la loro protezione armata, garantendo i convogli dalle aree di produzione fino ai camion dei mercanti internazionali.
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